Covid Ragusa, un anno di università

Le testimonianze degli studenti al tempo della DaD

article image L'università e le criticità provocate dalla Didattica a Distanza, causa Covid


08 Marzo 2021

Nel periodo febbraio/marzo del 2020 abbiamo conosciuto il Covid 19, la malattia generata dal nuovo ceppo del coronavirus, il SARS-CoV-2, diffusosi originariamente in Cina nell’ultima parte del 2019 e poi arrivato in tutto il mondo.

Come raramente, se non mai, era successo prima, questa malattia è riuscita a bloccare praticamente il mondo intero sotto i punti di vista sociale, economico e anche politico nel bimestre marzo-maggio 2020.

Poteva non risentirne l’istruzione? Ovviamente no.

In questo articolo andremo a capire come è stato scolasticamente vissuto l’ultimo anno solare dagli studenti. In particolare ho raccolto i pareri di due ragazzi con esperienze diverse: Martina, che si è laureata online e Giovanni, che ha iniziato il percorso universitario a distanza (finendo anche quello liceale da remoto, maturità esclusa).

L’esperienza generale non è stata da buttare, ma nemmeno il massimo cui si potesse aspirare.

La linea del governo è stata chiara fin da subito: Limitare i danni.

Questo ha significato cercare di trovare una conciliazione tra le necessità, soprattutto economiche, del paese e i limiti sanitari invalicabili.

Ciò che ne è risultato è stata una costante, forse eccessiva, messa in secondo piano delle necessità di scuole e università, spesso relegate alla modalità a distanza senza farsi troppi problemi, tanto sono attività che possono continuare anche a distanza. Vero ma falso.

Chiaro che la priorità sia andata alle attività economiche e specialmente a quelle impossibili da svolgere in smart working come la riapertura dei locali e dei negozi.

E’ anche vero che si è considerato troppo poco quanto importante sia la vita scolastica (e accademica) e quanto questa sia diversa e penalizzata da remoto, sia per quanto riguarda le lezioni che per quel che concerne gli esami. Troppo spesso, nelle scelte di chi decide, probabilmente si è vista la scuola come una non attività economica, dunque come quella cosa che poteva tornare in presenza con calma, solo quando il virus lo avrebbe permesso.

Ci si è invece dimenticato di quanto invece sia un’attività economica basilare, la più importante, semplicemente però spostando il focus sul futuro.  

Si è ignorato quanto sia stato e sia deleterio studiare a distanza, soprattutto (ma non solo) per i più piccoli, quei bambini che magari hanno imparato a scrivere o a fare le moltiplicazioni in DaD. Sia chiaro, non sto dicendo che andava mantenuto tutto in presenza o che andavano riempite nuovamente le classi appena ci fosse stato un attimo di libertà, ma a mio parere bisognava tenere presente quanto fondamentali siano scuola e università tanto quasi quanto si è giustamente pensato alle attività economiche e, ogni volta che la situazione lo avrebbe permesso, fare il massimo per conciliare al più possibile un ritorno alla normalità scolastica con l’emergenza sanitaria.

Ferma restando, sia chiaro, la subordinazione alla ripartenza economica e sociale del paese, necessità primarie subito dopo quella sanitaria. Non è stato così, si è lasciato indietro il sistema scolastico cullandosi su piattaforme che garantiscono il servizio indispensabile, ma che non compensano le perdite che si hanno.

Ma tanto la scuola non vende nulla nell’immediato, non importa. Con gli effetti di questa politica avremo a che fare più avanti nel tempo, dunque da buoni italiani non ce ne preoccupiamo oggi. 

Martina condivide questa bocciatura del sistema scolastico a distanza, considerandolo “una soluzione di ripiego, ma mai paragonabile alla vera attività in classe”. Il tragitto casa-università, tanto odiato da noi studenti a Ragusa Ibla quando si tratta di salire le interminabili scale del distretto, ci sta mancando come non mai.

I professori, sostiene sempre Martina, hanno fatto quasi sempre il massimo per rendere più agevole questa situazione, sia al momento dello scoppio improvviso dell’emergenza a marzo, quando ci si presentò davanti un contesto totalmente nuovo da affrontare, sia via via coi mesi, gli esami a distanza e la (triste) ripresa delle lezioni esclusivamente online a partire dal mese di novembre.

Martina afferma di non aver mai riscontrato comportamenti dei docenti non volti ad aiutare e a rendere più vivibile l’esperienza occasionale per tutti, pur avendo sottolineato qualche eccezione soprattutto durante gli esami online.

Professori che giustamente cercavano di assicurare l’autenticità e la correttezza dell’esame, però arrivando in qualche caso ad esagerare. Ad ogni modo, si tratta solo di casi rari, che non riguardano la maggioranza delle situazioni né dei professori.

Per la quasi totalità dei casi i docenti hanno aiutato in qualche modo, facendo pause più frequenti a lezione, concludendo la spiegazione un poco prima, tagliando dove possibile il programma d’esame ecc. 

Sulla questione professori Giovanni invece sottolinea come, a marzo 2020 al momento dello scoppio dell’emergenza (lui frequentava il liceo), molti sono stati colti impreparati, non hanno subito compreso la differenza tra essere in aula ed essere davanti al pc e ne hanno approfittato anche per aumentare le ore, prolungando le giornate scolastiche anche nel pomeriggio perché “tanto siete a casa”.

Tuttavia, col passare del tempo la situazione è andata stabilizzandosi. I professori hanno capito il momento difficile per tutti e hanno anche accorciato i programmi in vista della maturità.

Un aspetto positivo che lui ha trovato è stato quello delle registrazioni.

Una lezione registrata permette di non perdere spiegazioni importanti per coincidenze con altre lezioni (cosa frequentissima all’università) o anche di non assistere se non ci si sente bene e rivederla quando ci si riprende, non avendo il timore di restare indietro col programma.

Rispetto al sistema da remoto, Giovanni sottolinea come alcuni vantaggi, alcuni lati positivi siano emersi da questa situazione. Abbiamo conosciuto quelli delle registrazioni, come detto, ma in generale secondo lui anche nel momento di ritorno alla normalità e di vittoria sulla pandemia da Covid19 sarebbe un’ottima soluzione mantenere la didattica mista, esclusivamente all’università, attrezzando le aule magari con più telecamere.

Questo permetterebbe di frequentare quei corsi a Roma o Milano tanto desiderati da uno studente della piccola provincia che non può sostenere i costi che comporta lo studio nei grandi Atenei e nelle grandi città o anche, più semplicemente, darebbe la possibilità di non perdere settimane di lezioni quando per i più svariati motivi si è obbligati a stare a casa propria o comunque non si può essere fisicamente presenti nella città dove si studia.

È un punto su cui Martina si trova pressocché in disaccordo. Lei sostiene che sì, questi sarebbero lati positivi ma che per chi non può spostarsi in altre città per studiare esistono appositamente le università telematiche. È troppo importante la presenzialità, il contatto umano e l’aula nella sua concezione.

Capitolo esami: “Il primo esame non si scorda mai”. Ecco, questo è quello che probabilmente non può affermare Giovanni, avendo sostenuto il primo esame universitario in assoluto in modalità telematica. È una situazione diversa come lui stesso afferma, piatta e che ti dà la sensazione di parlare a un computer.

C’è il lato positivo del non sapere chi ti sta guardando, è vero, che aiuta chi magari soffre d’ansia, ma un esame universitario è (ed è sempre stato, nei suoi pensieri anche ai tempi della scuola superiore) un dialogo col professore, qualcosa che non può non essere affrontato in presenza, davanti a persone in carne ed ossa.

E pure in questa situazione di emergenza si sarebbero potute trovare soluzioni per mantenere la presenzialità degli esami, contando sul buon senso degli studenti (molto spesso i primi stanchi della situazione che stiamo vivendo) ma pure trovando soluzioni alternative per svolgere le prove in sicurezza, come la vigilanza che assicura che non si creino assembramenti di troppi studenti in attesa di fare l’esame e un ingresso contingentato in aula per svolgere l’esame col professore.

D’altronde, come lui stesso testimonia, la maturità 2020 si è svolta in presenza, dunque la soluzione esiste, volendola trovare. Giovanni conclude dicendo che il tanto agognato primo esame in presenza sarà quasi come una seconda prima volta. Le sensazioni saranno differenti e finalmente si respirerà l’aria di un esame universitario vero e proprio.

Martina, essendo già al terzo anno al momento dello scoppio della pandemia, ha avuto un’esperienza più ampia di esami a distanza a partire da giugno scorso fino alla sessione appena terminata di febbraio, svolgendo esami sia scritti che orali in modalità telematica.

Oltre a una naturale preferenza per gli esami in sede, la sua idea è che il mezzo, così come per le lezioni, è una soluzione di ripiego pure per gli esami.

E in quanto tale, non può assicurare l’autenticità dell’esame. Per quanto i professori abbiano fatto il massimo a loro possibile per salvaguardare la veridicità delle prove, questa non è mai garantita al 100%. A questa situazione si sommano i problemi di linea internet, che possono penalizzare la corretta comprensione reciproca tra docente e candidato oltre che, per alcuni professori più intransigenti, essere motivo di sospensione dell’esame. 

Giovanni da matricola riconosce quanto comunque questa situazione abbia penalizzato i rapporti sociali, soprattutto per i neoimmatricolati, costretti a socializzare con quelli che sono i loro nuovi colleghi solamente o quasi tramite i social, vedendo difficile anche la prospettiva di una birra di conoscenza al pub, la sera, dopo le lezioni.

Martina preme su questo punto. Secondo lei da un anno viviamo alienati, non solo sotto il punto di vista scolastico/accademico, e le sue prospettive non sono delle migliori, pur augurandosi almeno il prosieguo della didattica mista.

Una situazione difficile, di emergenza che, come tale, va risostituita con la “normalità” il prima possibile. Una pandemia che ci ha dato più tempo per pensare a cose per cui solitamente non avevamo tempo (soprattutto durante il prima lockdown di marzo 2020) ma che ci ha tolto e ci sta togliendo anche tanto, probabilmente troppo, della vita sociale, dei contatti veri con una persona e non mediante una webcam, dei nostri anni più belli, quelli universitari.

Giovanni ha riconosciuto la quarantena come una legge del contrappasso, sostenendo che gli ha fatto capire quanto volesse una vita sociale più attiva di quella che fino a prima aveva proprio nel momento in cui gli era impossibile averla.

Questa è stata un’altra consapevolezza che ci ha insegnato questo periodo, quella di non dare tutto per scontato.

È un pensiero condiviso anche da Martina, ripensando a tutte le scale per arrivare alla sede dell’università a Ibla, l’ex distretto militare, che tutti, me compreso, abbiamo odiato prima e che tanto ci sono mancati in questi mesi di didattica da remoto. Il lockdown ci ha fatto capire quanto amavamo ciò che pensavamo di odiare. 

Chiosa finale inevitabilmente dedicata alla laurea di Martina, avvenuta nel mese di dicembre 2020 e dunque in modalità telematica.

L’unica cosa che lei salva dell’evento, oltre al voto (meritatissimo, nda), è il fatto stesso di essersi laureata. Non ha provato alcuna sensazione particolare al di fuori del momento della proclamazione.

Quando tutto è finito, ha spento il computer e si è ritrovata catapultata in una giornata come tante altre, con una torta in più. Nulla di diverso dal termine di una lezione online, a livello pratico. Peccato che non era la fine di una lezione dopo la quale correre velocemente a mangiare qualcosa prima della lezione successiva, ma era il coronamento di un percorso durato tre anni e sognato venti.

E sicuramente nei pensieri e nei sogni che ognuno di noi fa sulla laurea ci sono tanti amici, tanti parenti pronti a gridare, festeggiare, stappare fuori dalla sede dell’Ateneo subito dopo la proclamazione, prima di continuare i festeggiamenti in grande altrove. Questi erano anche i sogni di Martina.

Sogni che purtroppo non hanno combaciato con quella che è stata la realtà, almeno della laurea triennale, augurandole una festa doppia quando completerà il percorso magistrale. Una realtà troppo piatta, senza sapore e senza particolare gioia o emozione. Una laurea non laurea. 

 

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